{"id":6496,"date":"2023-04-26T16:54:13","date_gmt":"2023-04-26T14:54:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.lolipharma.it\/it\/?p=6496"},"modified":"2023-05-10T12:27:08","modified_gmt":"2023-05-10T10:27:08","slug":"capitolo-uno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.lolipharma.it\/it\/capitolo-uno\/","title":{"rendered":"CAPITOLO 1 \u2013 Introduzione alla storia degli inositoli: il racconto degli scienziati"},"content":{"rendered":"<p>[et_pb_section fb_built=&#8221;1&#8243; _builder_version=&#8221;4.16&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; custom_padding=&#8221;54px|||||&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;][et_pb_row _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;]<\/p>\n<p>Vittorio Unfer <sup>a,b<\/sup> e John E. Nestler <sup>a,c<\/sup><br \/><sup>a<\/sup> The Experts Group on Inositol in Basic and Clinical Research (EGOI), Roma, Italia<br \/><sup>b<\/sup> Systems Biology Group Lab, Roma, Italia<br \/><sup>c<\/sup> Division of Endocrinology, Diabetes and Metabolism, Department of Internal Medicine, Virginia Commonwealth University, Richmond, VA, United States<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;]<\/p>\n<p><strong>INDICE CAPITOLO 1<\/strong><br \/><a href=\"#inositolo-piante\">Inositolo: la prima caratterizzazione nelle piante<\/a><br \/><a href=\"#inositolo-animali\">L\u2019inositolo negli animali: dal metabolismo al suo ruolo cruciale nei processi di segnalazione<\/a><br \/><a href=\"#inositolo-pratica-clinica\">L\u2019inositolo nella pratica clinica: le prime scoperte e gli stereoisomeri<\/a><br \/><a href=\"#bibliografia-capitolo-uno\">Bibliografia<\/a><\/p>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][et_pb_row _builder_version=&#8221;4.16&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;][et_pb_column type=&#8221;4_4&#8243; _builder_version=&#8221;4.16&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;][et_pb_text _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; hover_enabled=&#8221;0&#8243; global_colors_info=&#8221;{}&#8221; sticky_enabled=&#8221;0&#8243;]<a name=\"inositolo-piante\">Inositolo: la prima caratterizzazione nelle piante<\/a><\/p>\n<p>L\u2019inositolo \u00e8 un poliolo ciclico naturale. La sua scoperta risale a met\u00e0 del 1800, quando Scherer isol\u00f2 il composto dal tessuto muscolare. Scherer chiam\u00f2 la sostanza \u201cmyo-inosite\u201d, che nel linguaggio della chimica indicava un carboidrato polialcolico (composto da sei gruppi alcolici) presente nelle fibre muscolari [1]. Anni dopo, nel 1887, Maquenne estrasse il myo-insotolo dalle foglie determinando il suo peso molecolare, la sua struttura e osservando l\u2019assenza di un\u2019attivit\u00e0 riducente. Successivamente, purific\u00f2 la sostanza dall\u2019urina dei cavalli, dimostrando cos\u00ec che il myo-inositolo era presente non solo nelle piante ma anche negli animali [2-4]. Nel 1919, Postenak isol\u00f2 e caratterizz\u00f2 l\u2019acido fitico dalle foglie. Scopr\u00ec che questo composto non era altro che il myo-inositolo esafosfato, suggerendo che nelle piante, l\u2019inositolo \u00e8 soggetto a reazioni chimiche [5]. Negli anni successivi, Needham mise a punto una procedura di purificazione standardizzata dell\u2019inositolo, permettendo cos\u00ec il suo isolamento specifico e la sua quantificazione [6]. Posternark, successivamente, determin\u00f2 la struttura di due diversi isomeri, il myo- e scyllo-inositolo, scoprendo che l\u2019inositolo costituisce una famiglia di isomeri [7]. Sulla base di queste evidenze, gli studi futuri fecero luce su alcune caratteristiche biologiche degli inositoli, tra cui la capacit\u00e0 di conversione degli isomeri e la presenza di specifici rapporti fisiologici tra questi ultimi negli organi e nei tessuti. Attualmente, molte funzioni degli inositoli sono ancora oggetto di studio, infatti la fisiologia degli inositoli rappresenta ancora oggi un argomento di ricerca molto interessante.[\/et_pb_text][et_pb_text _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;]<a name=\"inositolo-animali\">L\u2019inositolo negli animali: dal metabolismo al suo ruolo cruciale nei processi di segnalazione<\/a><\/p>\n<p>Needham, dopo aver ottimizzato il metodo di purificazione dell\u2019inositolo, focalizz\u00f2 la sua ricerca sul ruolo fisiologico dell\u2019inositolo negli animali. Infatti, attraverso una serie di esperimenti raffinati, egli dimostr\u00f2 che gli animali sintetizzavano inositolo, indipendentemente dall\u2019assunzione attraverso la dieta. Needham, come primo step, determin\u00f2 il contenuto di inositolo nelle uova di gallina, sia in quelle non covate sia in quelle che avevano completato lo sviluppo. Osserv\u00f2 che la concentrazione di inositolo aumentava di dieci volte durante il periodo che andava dalla pre-incubazione fino alla schiusa delle uova, concludendo che esisteva una fonte endogena di inositolo. Questa fonte potrebbe consistere nel rilascio di inositoli fosfati dalla membrana o dalla biosintesi de novo endogena oppure, potenzialmente, potrebbe essere rappresentata da entrambi i processi. Per mettere luce su questo meccanicismo, Needham disegn\u00f2 un esperimento in vivo sui ratti. Gli animali vennero nutriti per otto mesi con una dieta ricca di sali e priva di ciclosi (molecole simili agli inositoli), al fine di aumentare l\u2019escrezione urinaria e deprivarli di ciclosi esogeni. Alla fine dell\u2019esperimento, Needham document\u00f2 l\u2019escrezione degli inositoli nelle urine, concludendo che gli animali erano in grado di sintetizzarli de novo, anche in regime di deprivazione esogena [8].<\/p>\n<p>Alla luce di questi dati, due domande importanti rimasero ancora aperte in quegli anni, portando gli scienziati a supporre ipotesi e speculazioni. Quali sono i ruoli fisiologici dell\u2019inositolo? Dove \u00e8 localizzato l\u2019inositolo negli animali?<br \/>\nVenti anni dopo, Folch stava studiando il ruolo dei lipidi cerebrali e in particolare, la cefalina, un fosfolipide presente nella membrana dei neuroni del cervello delle vacche. Durante i suoi esperimenti, scopr\u00ec per caso che i myo-inositolo fosfati erano costituenti della membrana, suggerendo per la prima volta il loro ruolo cruciale nelle membrane plasmatiche e in particolare di quelle del cervello [9]. Pochi anni dopo, i coniugi Hokins scoprirono che l\u2019inositolo non era solo un componente strutturale delle membrane ma anche una molecola attiva nei processi di trasduzione del segnale. Infatti, scoprirono che i neurotrasmettitori come l\u2019acetilcolina, inducevano un aumento citosolico di inositoli fosfati nei neuroni post-sinaptici. Questa scoperta port\u00f2 gli Hokins a ipotizzare che l\u2019inositolo veniva rilasciato dalle membrane e successivamente partecipava nei processi di segnalazione intracellulare. Definirono cos\u00ec questa sequenza di eventi \u201cl\u2019effetto dell\u2019inositolo fosfato\u201d (effetto PI) [10]. Nel decennio seguente, la ricerca di Ballou e Dawson aggiunse nuovi elementi alle scoperte di Folch e degli Hokins. In particolare, Dawson fu il primo a identificare e purificare il fosfolipide fosfatidilinositolo 4,5 bifosfato, che chiam\u00f2 \u201ctrifosfoinositide\u201d [11], mentre Ballou scopr\u00ec che nello stesso tessuto esistevano diverse forme di myo-inositolo fosfato (mono-, di- e trifosfato) [12].<\/p>\n<p>Anni dopo, durante il periodo di fervore che ha seguito la scoperta dell\u2019adenosina 3\u2019-5\u2019 monofosfato ciclico (AMP ciclico) e del meccanismo dei secondi messaggeri, Berridge stava lavorando sulla mobilitazione del calcio nelle ghiandole salivari dei mosconi. Lui come fisiologo, incroci\u00f2 la biologia molecolare e la biochimica, infatti all\u2019epoca, studiava il meccanismo che induceva la secrezione di saliva attraverso l\u2019attivazione di canali ionici di membrana [13]. Cavalcando l\u2019onda dell\u2019entusiasmo per la scoperta del AMP ciclico, test\u00f2 se questa molecola cos\u00ec popolare fosse responsabile delle azioni che osservava durante l\u2019attivazione di canali ionici di membrana. In particolare, se da una parte si sent\u00ec entusiasta quando scopr\u00ec che l\u2019AMP ciclico fosse responsabile dell\u2019ingresso di ioni potassio, dall\u2019altra rimase sorpreso quando non osserv\u00f2 effetti sulla secrezione degli ioni cloro, che Berridge sapeva essere regolata [14, 15]. In quegli anni, le scoperte sul AMP ciclico attirarono l\u2019attenzione degli scienziati, affascinati dal nuovo concetto dei secondi messaggeri che sfortunatamente erano esclusivamente rappresentati dall\u2019AMP ciclico. Infatti, la maggior parte degli scienziati credeva che l\u2019AMP ciclico fosse l\u2019unico secondo messaggero, quasi ignorando quei dati che indicavano la possibile esistenza di altre molecole con lo stesso effetto. Berridge per\u00f2, perseguendo fiduciosamente i suoi obiettivi, trov\u00f2 in letteratura delle evidenze che suggerivano il Ca2+ come possibile agente responsabile della secrezione della saliva. Successivamente, prov\u00f2 a verificare se il Ca2+ fosse responsabile dell\u2019apertura dei canali ionici del cloro. Eseguendo i suoi esperimenti, in assenza o presenza del Ca2+, come si aspettava, scopr\u00ec che era il Ca2+ piuttosto che l\u2019AMP ciclico, il vero effettore dell\u2019ingresso degli ioni cloro [16]. A questo punto, la ricerca di Berridge si incroci\u00f2 con il lavoro di Michell, che sosteneva fortemente che l\u2019effetto PI scoperto dagli Hokins, era ulteriormente propagato dal Ca2+ [17]. Cos\u00ec Berridge inizi\u00f2 a studiare gli inositoli nelle membrane, fino a che dimostr\u00f2 che un aumento del rilascio degli inositoli dalle membrane portava a un aumento di calcio all\u2019interno della ghiandola salivare. Questa fu la prima dimostrazione che un composto diverso dall\u2019AMP ciclico potesse regolare il processo di comunicazione extra-intracellulare [18]. A questo punto Berridge dovette solo identificare le specie di inositolo coinvolte nella mobilitazione del Ca2+. Fu abbastanza fortunato in quanto lavorava molto vicino al laboratorio di Dawson, che a quel tempo era uno dei due laboratori nel mondo che poteva fornire lo standard di inositolo fosfato.<\/p>\n<p>Contemporaneamente alla ricerca di Berridge, Irvine, che lavorava nel laboratorio di Dawson, stava provando a identificare il vero effettore dell\u2019effetto del PI. Irvine era un biochimico con una grande esperienza sugli inositidi, infatti, il suo principale argomento di ricerca riguardava la formazione dei derivati dell\u2019inositolo, con un focus specifico sulla cinetica dei meccanismi. Mentre Berridge lavorava sulle ghiandole di moscone, Irvine eseguiva gli esperimenti sulle piastrine, ottenendo per\u00f2 pochi risultati in quanto le piastrine esibivano uno scarso assorbimento di inositolo. Irvine, come Berridge durante la sua ricerca, fu ispirato da Michelle, che credeva fermamente che l\u2019effettore reale dell\u2019effetto del PI era il fosfatidilinositolo 4,5 bifosfato, la testa polare dei lipidi di membrana composta da una molecola di inositolo. Durante la loro collaborazione, Berridge e Irvine, ebbero difficolt\u00e0 a trovare il modello cellulare ottimale per effettuare i loro esperimenti. Infatti, lo scarso assorbimento di inositolo da parte delle piastrine e la difficolt\u00e0 nell\u2019analizzare le cellule che compongono le ghiandole salivari lasciarono i due scienziati con poche idee su come procedere. Fortunatamente, Berridge partecip\u00f2 a una riunione ad Amsterdam dove venne invitato come relatore. Sch\u00fclz, che intervenne subito dopo di lui, parl\u00f2 delle cellule pancreatiche permeabilizzate, che Berridge ritenne potessero essere il modello ottimale per i suoi esperimenti e quelli di Irvine [19, 20]. Inizialmente lavorare sulle cellule pancreatiche fu difficile, ma l\u2019intervento di Irvine, che prepar\u00f2 standard di alta qualit\u00e0, port\u00f2 alla dimostrazione definitiva che loro stavano da tempo cercando. Infatti, osservarono che il fosfatidilinositolo 4,5 bifosfato veniva scisso producendo una forma idrosolubile, inositolo 1,4,5 trifosfato, che mobilitava il calcio dal reticolo endoplasmatico attivando gli effettori a valle [21]. Dimostrarono questo meccanismo nelle cellule pancreatiche, ma la grandezza delle loro scoperte indusse velocemente a una ricerca su possibili ruoli similari dell\u2019inositolo in altri sistemi cellulari. La collaborazione tra accademici dalla mente brillante chiar\u00ec subito il ruolo dell\u2019inositolo nella trasduzione del segnale. Attraverso la loro conoscenza della biochimica e della biologia molecolare, identificarono l\u2019inositolo trifosfato, che oggi \u00e8 considerato uno dei pi\u00f9 importanti secondi messaggeri [22]. Oggi, data la vasta disponibilit\u00e0 di dati sull\u2019inositolo, si d\u00e0 per scontato la scoperta che definisce il suo ruolo cruciale nella fisiologia, ma probabilmente \u00e8 la pi\u00f9 importante in questo campo.<\/p>\n<p>Dopo la scoperta del ruolo dell\u2019inositolo nella trasduzione del segnale, iniziarono a emergere ulteriori evidenze su questo argomento. Mentre Irvine e Berridge stavano chiarendo il ruolo degli inositoli fosfati, altri scienziati stavano lavorando su altri meccanismi di segnalazione, in particolare quello dell\u2019insulina. Il lavoro di Larner gi\u00e0 si focalizzava sui mediatori del segnale dell\u2019insulina e infatti il suo gruppo aveva gi\u00e0 isolato dei composti che si pensava essere coinvolti in questo tipo di segnalazione [23]. Nonostante questo, fu Saltiel che per la prima volta evidenzi\u00f2 che i mediatori dell\u2019insulina erano \u201cderivati di un inositolo glicolipide\u201d [24, 25]. In aggiunta a questa scoperta, questi scienziati iniziarono a notare delle differenze tra i mediatori dell\u2019insulina. In particolare, il gruppo di Larner isol\u00f2 due mediatori del segnale dell\u2019insulina, caratterizzati da attivit\u00e0 diverse. Il primo mediatore attivava la piruvato deidrogenasi fosfatasi, spiegando alcune delle azioni intracellulari dell\u2019insulina, mentre il secondo mediatore aveva un ruolo cruciale nell\u2019inibizione della protein chinasi A. Successivamente, il gruppo di Larner caratterizz\u00f2 questi due mediatori, rivelando che erano infatti inositoli fosfoglicani [26]. Il primo, attivando la piruvato deidrogenasi fosfatasi, era composto da galattosamina e D-chiro-inositolo [27]. Il secondo, inibitore della proteina chinasi A, era composto da myo-inositolo, glucosamina, galattosio ed etanolamina [28]. Cos\u00ec per la prima volta, venne riportato che gli stereoisomeri degli inositoli avevano differenti attivit\u00e0, un\u2019evidenza che aprir\u00e0 ulteriormente a nuovi dibattiti. Inoltre, attraverso un esperimento raffinato con inositolo radiomarcato, Larner scopr\u00ec un diverso tasso di conversione degli stereoisomeri tessuto-specifica [29]. In particolare, Larner insieme ai suoi collaboratori, identific\u00f2 una carenza di D-chiro-inositolo come una caratteristica che accumunava pazienti diabetici e osserv\u00f2 che l\u2019insulina induceva la biosintesi di fosfolipidi contenti D-chiro-inositolo [30]. Contemporaneamente, ulteriori studi di Larner in scimmie rhesus diabetiche e in ratti diabetici, suggerirono un ruolo potenziale del D-chiro-inositolo come insulino-mimetico\/insulino-sensibilizzante [31].<\/p>\n<p>In quegli anni, Nestler stava studiando gli effetti dell\u2019insulina in un contesto endocrinologico e ginecologico. In particolare, studiava le lipoproteine e gli ormoni, focalizzandosi sulla loro relazione con l\u2019insulina. Una delle pi\u00f9 importanti intuizioni di Nestler ha riguardato la correlazione tra il fattore di crescita insulino-simile 1 (IGF-1) e l\u2019iperandrogenismo femminile, che ha trovato studiando la regolazione della steroidogenesi ovarica [32]. Successivamente osserv\u00f2 un effetto simile dato dall\u2019azione dell\u2019insulina, trovando quindi una diretta relazione tra iperinsulinemia e iperandrogenismo [33]. Egli, inoltre, evidenzi\u00f2 una diminuzione della produzione ovarica di estrogeni in seguito al trattamento con insulina [34]. Collaborando, Lerner e Nestler, identificarono gli inositoli glicani come mediatori del segnale dell\u2019insulina e molecole correlate che impattavano la steroidogenesi [35]. Nestler e il suo gruppo dimostrarono poi indubbiamente che i fosfoglicani contenenti D-chiro-inositolo trasmettevano il segnale in seguito all\u2019azione dell\u2019insulina, portando all\u2019accumulo di testosterone nelle ovaie [36].<\/p>\n<p>Mentre Nestler stava investigando il ruolo del D-chiro-inositolo nella steroidogenesi, Chiu iniziava i suoi studi sul myo-inositolo. Basandosi sulla relazione tra carenza di myo-inositolo ed embriopatie diabetiche, Chiu decise di indagare sulla possibilit\u00e0 che il myo-inositolo potesse impattare lo sviluppo embrionale. Lavorando sulla fecondazione in vitro (IVF), us\u00f2 come fonte di myo-inositolo, i sieri di donne che si sottoponevano a IVF. Not\u00f2 che i sieri provenienti da pazienti che hanno ottenuto una gravidanza dopo fecondazione in vitro, quando venivano aggiunti ai mezzi di cultura, supportavano un migliore sviluppo dell\u2019embrione murino in vitro, in quanto contenevano livelli pi\u00f9 alti di myo-inositolo. Tuttavia, i campioni di siero provenienti da donne che avevano abortito, sebbene comunque supportassero lo sviluppo dell\u2019embrione, contenevano concentrazioni inferiori di myo-inositolo. Inoltre, osserv\u00f2 che in alcuni casi, lo sviluppo dell\u2019embrione migliorava quando veniva aggiunto il myo-inositolo [37]. Queste evidenze spinsero a capire se l\u2019effetto del myo-inositolo fosse dovuto alla sua presenza nel siero o nel fluido follicolare. Chiu fece la sua pi\u00f9 importante scoperta, osservando che era il contenuto di myo-inositolo nel fluido follicolare a influire sulla qualit\u00e0 dell\u2019ovocita. Infatti, il contenuto del myo-inositolo \u00e8 stato direttamente correlato anche alla quantit\u00e0 di estradiolo nel fluido follicolare. Pertanto, propose e poi conferm\u00f2, che la concentrazione di myo-inositolo nel fluido follicolare avrebbe dovuto essere considerata un biomarcatore della buona qualit\u00e0 dell\u2019ovocita [37].[\/et_pb_text][et_pb_text _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;]<a name=\"inositolo-pratica-clinica\">L\u2019inositolo nella pratica clinica: le prime scoperte e gli stereoisomeri<\/a><\/p>\n<p>Le crescenti evidenze sul ruolo fisiologico degli inositoli hanno fornito un razionale per studiare il potenziale di queste molecole negli studi clinici. Infatti, i primi studi clinici che hanno valutato il trattamento con myo-inositolo risalgono agli anni 50, guidati da Dotti e Felch. Essi notarono un effetto positivo dell\u2019inositolo sui livelli di colesterolo in pazienti infartuati con ipercolesterolemia e in pazienti diabetici, tuttavia tale evidenza port\u00f2 all\u2019apertura di nuovi scenari [38, 39]. Infatti, Nestler decise di testare il D-chiro-inositolo come trattamento insulino-sensibilizzante per indurre l\u2019ovulazione in donne con sindrome dell\u2019ovaio policistico (PCOS), riducendo l\u2019eccessivo stimolo dell\u2019insulina sull\u2019ovaio. Come previsto, dimostr\u00f2 che il D-chiro-inositolo induceva l\u2019ovulazione nelle pazienti obese, insulino-resistenti con PCOS riducendo il sovraccarico dello stimolo insulinico [40]. Anni dopo, Nestler e i suoi colleghi confermarono questi risultati promettenti sull\u2019induzione dell\u2019ovulazione anche nelle pazienti con una lieve insulino-resistenza e affette da PCOS [41]. La ricerca clinica sull\u2019inositolo diede grandi risultati negli anni successivi fino al 2008, quando il gruppo guidato da Nestler not\u00f2 una minore o assenza di efficacia del trattamento di donne con PCOS, non insulino-resistenti in seguito alla somministrazione di alti dosaggi di D-chiro-inositolo, diversamente da quelle precedentemente investigate [42]. In questo studio, anche nel trattamento dell\u2019iperandrogenismo, il D-chiro-inositolo ebbe effetti nulli o dannosi.<br \/>\nAffascinato dalla ricerca di Nestler e il suo gruppo, Unfer, nei primi anni 2000 inizi\u00f2 a interessarsi ai trattamenti con inositolo. Data la vastit\u00e0 di informazioni disponibili sul D-chiro-inositolo, decise di focalizzarsi su un composto simile ma con attivit\u00e0 differenti. Ispirato dalle scoperte di Chiu, Unfer si concentr\u00f2 sull\u2019isomero pi\u00f9 abbondante presente in natura, il myo-inositolo. Collaborando con Baillargeon, un collega di Nestler, Unfer test\u00f2 per la prima volta l\u2019azione positiva del myo-inositolo durante le procedure di IVF. In particolare, loro notarono che l\u2019integrazione orale di myo-inositolo nelle donne che si sottoponevano a IVF, riduceva le unit\u00e0 di FSH che dovevano essere somministrate per la stimolazione ovarica [43]. Questa \u00e8 stata una scoperta cruciale nel campo della IVF, in quanto il myo-inositolo ha ridotto il rischio legato all\u2019iperstimolazione ovarica che rappresenta un effetto collaterale pesante del trattamento con FSH. Unfer e il suo gruppo di lavoro osservarono un aumento del numero di ovociti recuperabili, definendo cos\u00ec il myo-inositolo come una molecola chiave per l\u2019ottenimento di risultati migliori nelle procedure di IVF.<br \/>\nUnfer e Baillargeon collaborarono ulteriormente su un altro progetto di ricerca. Infatti, credevano che non solo il D-chiro-inositolo ma anche il myo-inositolo potesse indurre l\u2019ovulazione in pazienti con PCOS, caratterizzate da cicli anovulatori. Per questo, donne con PCOS vennero trattate con myo-inositolo, aspettandosi di indurre l\u2019ovulazione come riport\u00f2 Nestler nel suo studio. Infatti, ottennero un risultato comparabile a quello di Nestler in termini di tasso di ovulazione, sottolineando per\u00f2 un altro effetto positivo del trattamento con myo-inositolo delle donne con PCOS. In particolare, Unfer not\u00f2 un ottimo recupero dall\u2019irsutismo, una caratteristica tipica dell\u2019iperandrogenismo che caratterizza le donne con PCOS [44].<br \/>\nDa questo momento in poi, la ricerca sugli inositoli ha iniziato ad acquisire importanza, anche spaziando dalle classiche aree di interesse, quali metabolismo e ginecologia. Questo libro vuole raccogliere tutte le pi\u00f9 importanti scoperte ottenute negli ultimi anni dagli studi sugli inositoli e la loro efficacia in diversi ambiti clinici.[\/et_pb_text][et_pb_text _builder_version=&#8221;4.20.4&#8243; _module_preset=&#8221;default&#8221; global_colors_info=&#8221;{}&#8221;]<a name=\"bibliografica-capitolo-uno\">Bibliografia<\/a><\/p>\n<p>[1] Scherer J. Uber eine neue aus dem Muskelfleisch gewonnene Zuckerart. Liebigs Ann Chem 1850;73:322.<br \/>\n[2] Maquenne L. Pr\u00e9paration, propriet\u00e9s et constitution se l\u2019inosite. CR Hebd S eance Acad Sci Paris 1887;104:225\u20137.<br \/>\n[3] Maquenne L. Sur les propri\u00e9t\u00e9s de l\u2019inosite. CR Hebd S\u00e9ance Acad Sci Paris 1887;104:297\u20139.<br \/>\n[4] Maquenne L. Sur quelques d\u00e9riv\u00e9s de l\u2019inosite. CR Hebd S\u00e9ance Acad Sci Paris 1887;104:1719\u201322.<br \/>\n[5] Posternak S. Sur la synthese de l\u2019ether hexaphosphorique de l\u2019inosite avec le principe phosphoorganique de reserve des plantes vertes. C R Acad Sci 1919;169:138\u201340.<br \/>\n[6] Needham J. Studies on inositol: a method of quantitative estimation. Biochem J 1923;17:422\u201330.<br \/>\n[7] Posternak T. Recherches dans la s\u00e9rie des cyclites VI. Sur la configuration de la m\u00e9so-inosite, de la scyllite et d\u2019un inosose obtenu par voie biochimique (scyllo-ms-inosose). Helv Chim Acta 1942;25:746\u201352.<br \/>\n[8] Needham J. Studies on inositol: the synthesis of inositol in the animal body. Biochem J 1924;18:891\u2013904.<br \/>\n[9] Folch J. Brain diphosphoninositide, a new phosphatide having inositol metadiphosphate as a constituent. J Biol Chem 1949;177:505\u201319.<br \/>\n[10] Hokin LE, Hokin MR. Effects of acetylcholine on the turnover of phosphoryl units in individual phospholipids of pancreas slices and brain cortex slices. 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